
La mastite bovina rappresenta una delle principali sfide sanitarie negli allevamenti da latte, soprattutto nelle forme subcliniche che, pur essendo molto più diffuse, spesso passano inosservate. Comprendere i meccanismi fisiologici e metabolici associati a queste infezioni è fondamentale per migliorare diagnosi, gestione e benessere animale. Questo studio approfondisce come l’IMI da Staphylococcus aureus influenzi l’organismo anche in assenza di sintomi evidenti, offrendo nuove prospettive per la prevenzione e il monitoraggio.
La mastite bovina è una delle malattie più gravi negli allevamenti da latte, in particolare in quelli ad alta produzione. Può presentarsi in due forme: quella clinica, caratterizzata da alterazioni visibili nel latte o nella mammella, e quella subclinica, che rappresenta una sfida maggiore per il settore lattiero-caseario. La mastite subclinica è da 15 a 40 volte più frequente della sua controparte e, essendo asintomatica, è più difficile da individuare, rappresentando quindi un’enorme fonte di infezione per gli animali all’interno della mandria.
La mastite è causata principalmente dall’invasione della mammella da parte di una varietà di microrganismi patogeni e ambientali, quali lo Staphylococcus aureus (S. aureus), Streptococcus agalactiae (S. agalactiae), Mycoplasma bovis, Escherichia coli (E. coli), Streptococcus uberis (S. uberis) e Streptococcus dysgalactiae (S. dysgalactiae).
La conferma delle infezioni intramammarie (IMI) si basa ancora sui test batteriologici. Tuttavia, la conta delle cellule somatiche (SCC) e, più recentemente, la conta differenziale delle cellule somatiche (DSCC) sono ampiamente utilizzate a livello di mandria per lo screening della mastite subclinica e il monitoraggio della qualità del latte, con una soglia tipica di 200.000 cellule/ml per la SCC e del 60% per la DSCC.

Tuttavia, il SCC è solo un indicatore indiretto dell’infiammazione e non fornisce una diagnosi definitiva. Possono verificarsi discrepanze, come un SCC elevato con risultati negativi alla coltura o un SCC basso con risultati positivi. Recentemente, c’è stato un crescente interesse per i biomarcatori ematici, che possono fornire informazioni più specifiche sulle risposte allo stress sistemico associate all’infezione e offrire approfondimenti complementari che potrebbero aiutare nella comprensione e nella diagnosi precoce della mastite subclinica.
La mastite è stata associata a cambiamenti metabolici determinati dal fabbisogno energetico della risposta immunitaria. Infatti, i livelli ematici di beta-idrossibutirrato (BHB), acidi grassi non esterificati (NEFA) e glucosio possono variare durante l’infezione. L’infiammazione può ridurre il BHB attraverso un aumento delle concentrazioni di glucosio, una ridotta motilità ruminale o una compromissione della chetogenesi epatica. Sono rilevanti anche i biomarcatori di danno epatico come l’aspartato aminotransferasi (AST) e la gamma-glutamil transferasi (GGT), sebbene l’attenzione pratica si sia concentrata principalmente sulle loro concentrazioni nel latte. Infine, lo stato antiossidante è importante nella gestione della salute della mammella, con parametri quali l’attività della glutatione perossidasi e i livelli di albumina (ALB) che fungono da indicatori dello stress ossidativo durante la mastite.
Fino a poco tempo fa, la ricerca si è concentrata sulle alterazioni dei parametri ematici principalmente nell’IMI indotta clinicamente e/o sperimentalmente, il che, pur fornendo preziose informazioni, potrebbe non cogliere appieno la complessità delle infezioni che si verificano naturalmente negli allevamenti. Di conseguenza, è cresciuto l’interesse nel valutare gli effetti anche delle forme subcliniche, dato il loro impatto sul sistema lattiero-caseario. Inoltre, questi studi presentavano il limite di non valutare gli effetti della mastite nel tempo, giustificando la necessità di studi longitudinali. Per approfondire questo argomento, il presente studio ha esaminato l’associazione tra l’IMI da S. aureus che si verifica naturalmente e un pannello completo di 33 parametri ematobiochimici relativi alla risposta immunitaria, all’infiammazione, al metabolismo, alla funzionalità epatica e allo stress ossidativo in vacche Holstein che non mostravano segni clinici di malattia.

Gli animali sono stati classificati come resistenti o sensibili alla mastite sulla base di una combinazione tra il valore genetico relativo al numero di cellule somatiche (SCC) e i dati fenotipici storici, creando così un quadro di riferimento per indagare in che modo la predisposizione individuale alla mastite possa influenzare la risposta sistemica alla malattia. Comprendere le risposte fisiologiche coinvolte nelle infezioni da S. aureus è inoltre particolarmente importante per migliorare l’accuratezza diagnostica e orientare gli interventi terapeutici, data la natura cronica dell’agente patogeno, la sua diffusione intermittente e la sua capacità di eludere le difese dell’ospite.
Conclusioni e possibili sviluppi dello studio
Questo studio dimostra che le infezioni intramammarie causate dallo Staphylococcus aureus, anche in assenza di segni clinici, sono associate a alterazioni sistemiche misurabili dei parametri ematici relativi al metabolismo energetico, alla funzionalità epatica e alla risposta infiammatoria.
Le alterazioni osservate nei livelli di BHB, AST, GGT, SAA e neutrofili suggeriscono che l’infezione localizzata possa provocare risposte sistemiche, sebbene i marcatori dello stress ossidativo siano rimasti sostanzialmente invariati, riflettendo forse la natura lieve dell’infezione o la variabilità nei tempi di insorgenza dell’infezione tra i singoli individui. Questi risultati indicano che l’IMI può influenzare la fisiologia sistemica e forniscono approfondimenti sulle risposte dell’ospite alle infezioni localizzate. Tuttavia, il potenziale utilizzo di questi cambiamenti come biomarcatori per la diagnosi precoce richiede ulteriori studi e validazione prima che possa essere raccomandata qualsiasi applicazione pratica.
Fonti: Il presente articolo è un estratto della pubblicazione intitolata “Associations between systemic inflammatory blood biomarkers and intramammary infection caused by Staphylococcus aureus in susceptible and resistant Holstein cows“, disponibile sull’Italian Journal of Animal Science:
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1828051X.2026.2648151



